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Alba ,30 maggio 2011

Spostamenti progressivi dell'USU di Torino

Portatori di handicap motorio, lesionati midollari: vite spezzate, sedie a rotelle e sof-ferenza, medicina e speranza, lacrime e sudore, gente incappata nel loro giorno peggiore ed esigente. Invalidi: individui destinati ad abbandonare una parte di sé e imparare a vivere in altro modo, in altro modo valutati in una società non sempre at-tenta a cose di umana sofferenza.

La fabbrica dei lesionati midollari si chiama fatalità, imprudenza, bravata, incidente, sventura, gesto sbagliato, destino crudele che passava di là.

L'officina degli invalidi si chiama ospedale: dapprima chirurgia, rianimazione, per su-perare quella fase acuta che si chiama sopravvivenza e poi, mesi di riabilitazione nel-la clinica, struttura che accoglie e cura le speranze delle nuove entità e le loro capa-cità restanti.

La clinica di riabilitazione è l’area di trattamento del fresco invalido, attonito e sperdu-to di fronte all'incertezza del suo prossimo futuro, seduto sulla sedia a rotelle che sa-rà sua partner per sempre.

La clinica, o come è adesso: l'unità spinale, è il luogo nel quale si concentrano: tec-nologia riabilitativa, esperienza medica e speranza, ricerca, aiuto psicologico e acco-glienza.

Nell'unità spinale si danno appuntamento emozioni profonde, toccanti, esaltanti, de-primenti, confortanti. Situazioni di singola riabilitazione funzionale così come differen-te è la mente, la gravità della lesione e il decorso clinico di ogni suo cliente.

Gli obiettivi di un'unità spinale sono complessi: accogliere, educare e accompagnare lo sventurato degente in un percorso di recupero fisico e mentale, in modo da potersi presentare al vaglio di una società civile, selettiva ed esigente, nel miglior modo pos-sibile, e vivere, per quanto gli sarà concesso, in modo costruttivo, possibilmente indi-pendente.

Per quanto la tecnologia possa tentare di compensare le funzioni perdute del "diver-samente abile", niente come il contatto umano continuo e quotidiano, potrà risultare determinante per instaurare fiducia nel suo lungodegente. Occorre tempo e complici-tà tra il personale medico e il suo cliente, per poterlo un giorno accompagnare fuori dalle mura protettive dell'unità spinale e aiutarlo a inserirsi in un mondo pensato per gente normale.

L'Unità Spinale Unipolare di Torino è una struttura moderna immaginata e nata con molte e buone ambizioni, una conquista delle intenzioni, un progetto nato valido, poli-funzionale e poi partorito con difficoltà. È un'opera architettonica all'interno della qua-le si muovono tutte quelle situazioni fin qui descritte, per chi, dalla sfortuna e dalle probabilità è stato centrato senza possibilità di ritorno: i suoi utenti, i suoi pazienti.

Il diversamente abile è consapevole della sua fragilità, aspira a un riscatto, desidera vivere e ne ha timore. Ha bisogno di sentire il proprio corpo paralizzato difeso, sog-getto a controllo, ha paura del futuro, della solitudine, del tempo che verrà. Qualcuno non vorrebbe mai partire dalla clinica, luogo circoscritto e protettivo, punto di riferi-mento che, a volte, è l'unica certezza che ha. Forse per questo vorrebbe fosse cosa e casa quasi sua, per timore e per diritto, perché oltre quelle mura, scorre la normali-tà e convivere con essa a volte è un'impresa dura. Tutto questo, sovente genera un conflitto interiore che, in caso di contrarietà diviene tumulto, protesta.

Stiamo vivendo in un momento storico complesso, in un contesto economico e cultu-rale sempre più difficile da governare, inserito in un quadro produttivo in progressivo allontanamento dal valore del singolo uomo.

L'unità spinale è un servizio pubblico, un ospedale, ma è anche un'azienda e come tale è soggetta al concetto di progresso produttivo, alle entrate, alle uscite, al bilan-cio. Il suo prodotto: l'invalido, per quanto restaurato, in termini economici, risulterà sempre come un articolo in passivo. La politica industriale oggi è basata su un rapido consumo, su un avvicendamento del prodotto per garantire lo sviluppo, ne siamo tutti complici, vittime e carnefici. Non dobbiamo stupirci se le cose cambiano in fretta, se l'unità spinale di Torino dovrà ospitare nel suo spazio altri invalidi, altri sfortunati bi-sognosi di rieducazione funzionale, provenienti da un ripensamento del reparto di riabilitazione del Maria Adelaide di Torino.

Nella mia poca conoscenza e pensando controcorrente, preferisco guardare le cose con fiducia; immagino che l’USU non è proprietà privata dei suoi momentanei ospiti, forse può essere un bene ampliare le sue potenzialità e condividere con altri pazienti afflitti da sfortunate, simili disabilità, la sua destinazione. L'importante è che il princi-pio ispiratore della clinica, venga a migliorarsi e che la sua ragione di essere, sia sempre presente. Non è la volumetria di una struttura che applica le terapie, ma è la motivazione, l'organizzazione, la professionalità della sua gente.

Da dove nascono certe scelte? Forse da molto lontano. Forse i nuovi padroni si chiamano Eurolandia, debito pubblico, parametri economici da rispettare e noi tutti:

diversamente abili, professori, infermieri, non siamo che numeri d’un enorme libro mastro dove il diversamente abile è un costo da far quadrare in questa società.

Oggi come ieri occorre ottimizzare. Forse in questo momento certe scelte non si pos-sono evitare. Ho riflettuto sulle dinamiche future, immaginando il trasferimento del reparto di riabilitazione del Maria Adelaide all'Unità Spinale, ricordando una struttura che mi ospitò in Francia 24 anni fa, una clinica ben organizzata, gestita da personale splendido che fece di me un uomo nuovo, consapevole della bellezza del vivere, e sono giunto a una conclusione: la strada è sempre la stessa.

Non è la confezione che fa il prodotto. Il previsto trasferimento del reparto di riabilita-zione del Maria Adelaide presso l’USU può essere visto sotto differenti aspetti, que-sto è democratico, ma né l'ottimismo né il pessimismo rappresentano certezze. Se l'USU di Torino vedrà modificata una parte della sua destinazione, non sarà il male peggiore che segnerà la vita dei suoi ospiti, anzi, potrebbe rappresentare un'oppor-tunità per migliorare. I dettagli irrinunciabili sono: la professionalità, la capacità e la motivazione di un personale medico che ha scelto di adoperarsi in una delicata, im-portante, pubblica mansione.

E dall'altra parte, da quei 50 cm più in basso, dai quali si scruta il mondo una volta seduti in carrozzina, occorre apertura. Dai miei fratelli di sciagura, dagli incidentati, dagli sventurati seduti sulla loro poltrona a rotelle, io auspico indicazioni, iniziative, complicità e sinergia nel reclamare i propri diritti, ma anche guardare oltre se stessi; pretendere e proporre là dove si deve e adoperarsi per suggerire e consigliare, sen-za il timore di sentirsi abbandonati o traditi. È molto difficile riuscire a giudicare il fun-zionamento di sistemi sempre più complessi. Ormai viviamo in un mondo che, dopo averci abituato ad avere quasi tutto, lentamente si divora, cambia, a volte si migliora, molte altre no, e non soltanto in ambito ospedaliero, in quasi tutto ciò che ci circonda. Sapienza e cultura dell'appartenenza sono in caduta libera, occorrono idee e iniziati-ve che rinnovino antichi entusiasmi che ricordo ancora. Per l'unità spinale forse si può fare, per orgoglio e competenza; tutti insieme, così fu negli anni 80.

Carlo mariano Sartoris

 

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